Nell'Italia del dopoguerra, ferita ma capace di guardare con slancio al futuro, hanno preso forma le città che ancora oggi abitiamo. L'idea era chiara: continuare a costruire, casa dopo casa, quartiere dopo quartiere, come se la crescita edilizia fosse sinonimo di crescita civile. Forte di questa fiducia, in breve il «mattone» è diventato per le famiglie italiane la principale forma di ricchezza e un simbolo - apparentemente inscalfibile - di sicurezza economica e privata. Ma con il tempo questo modello ha cominciato a mostrare crepe via via più profonde, fino a sgretolarsi. Oggi molti immobili italiani sono inaccessibili, inacquistabili, invendibili, difficili da affittare. Così, da motore del benessere, per milioni di cittadini il «mattone» si è trasformato in un freno, a volte in un incubo. Eppure avere accesso a una casa dignitosa, ben collegata, a un prezzo sostenibile, sembra incidere sulle prospettive di vita molto più del titolo di studio o della professione esercitata. Perché la casa è la base materiale dell'eguaglianza e il fondamento democratico di qualsiasi società. Per invertire questa tendenza, senza i tecnicismi e il lessico burocratico dei contratti locativi, La Repubblica della casa ricostruisce un quadro fedele della salute abitativa delle città italiane, facendosi manifesto di una nuova politica inclusiva dell'abitare.
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