La cosiddetta postmodernità non è primariamente caratterizzata dall'ateismo: la fine delle grandi narrazioni, la secolarizzazione, il nichilismo, il relativismo, la liquidità sembrano partorire con maggiore facilità le idolatrie, i neopaganesimi, i sincretismi, una rinnovata apertura alla religiosità. Eppure esiste di fatto, in questo primo scorcio del XXI secolo, una forte presenza dell'ateismo nella editoria, nella pubblicistica, nei mass media, nel linguaggio. Potremmo definirlo un ateismo trans-moderno, in quanto coniuga forze moderne e debolezze postmoderne; non argomenta alcuna universalità ma proclama la sua universalizzabilità, usando massicciamente la virtualità e la rete. Riflettendo sulla già vasta letteratura critica che accompagna questo "nuovo" ateismo, ipotizzo che ciò che lo caratterizza prevalentemente sia il venire dopo qualcosa da oltrepassare, nell'ibridismo del post e del trans: dopo la modernità e oltre la fine della modernità, dopo l'umanesimo, dopo le religioni, dopo le ideologie, dopo l'undici settembre, dopo l'ateismo e oltre la fine dell'ateismo.
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