Classicamente associata alla presenza del soprannaturale e del divino, nella letteratura italiana la montagna è entrata come veicolo di ascensione spirituale. Dal viaggio ultraterreno di Dante e dalla petrarchesca ascensione al Mont Ventoux fino alla produzione poetica di Tasso, il più concreto immaginario alpestre è quello di confine geografico, barriera settentrionale opposta alla \"tedesca rabbia\". Con l'avvento della curiosità barocca e soprattutto dell'inquietudine preromantica, gli intellettuali d'Italia rivolsero lo sguardo alla catena alpina subendone il fascino e traducendone in poesia il \"piacevole orrore\". Nel Novecento la montagna è narrata e descritta da varie angolature: meta turistica, luogo di fuga dall'opprimente civiltà urbana, terra di cimento e di valore negli anni della guerra, dimensione intima e totalizzante in alcuni scrittori, fino ai correnti indirizzi che cercano in essa gli echi di quella natura selvaggia avvertita come sempre più in pericolo.
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