Adriana Beverini è una grande appassionata di Eugenio Montale, tanto da dedicargli, fin dal 1996, il noto e prestigioso Premio “Montale Fuori di casa”; dopo essersi avvicinata allo studio delle filosofie orientali e approfondito gli sviluppi della fisica del Novecento, riporta in questo libro, che nulla ha a che vedere con la critica letteraria, sue riflessioni, o forse intuizioni, che nascono dal contestualizzare le poesie del grande poeta ligure, citate nel libro, in un periodo in cui fisici come Einstein, Planck, Born, Bohm, Bohr e altri stavano rivoluzionando concetti quali il vuoto, lo spaziotempo, la realtà stessa, e le loro scoperte cominciavano a essere conosciute da un pubblico sempre più vasto, arrivando a suscitare anche l’interesse di scrittori come Calvino, poeti come Solmi, Landolfi, Hardy e Frost, per citarne solo alcuni. L’autrice prova a mostrare come l’opera di Montale, che in quegli stessi anni era redattore del Corriere della Sera, risulti permeabile alle nuove scoperte che così profondamente stavano incidendo sul concetto stesso di esistenza. Se queste pagine potranno, giustamente, sollevare molti dubbi forse raccoglieranno anche altrettanti consensi.
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