La vicenda artistica e umana di Mosè Bianchi ha sempre riscosso attenzione da parte degli studiosi, dei collezionisti e in generale del pubblico interessato al secondo Ottocento lombardo. La sua fortuna è certamente collegata a una certa propensione impressionistica della sua pittura, ma anche, e forse soprattutto, al carattere emblematico che essa ha assunto rispetto all'intero periodo di appartenenza. Mosé Bianchi rappresenta, più di altri, il passaggio dal genere storico di ascendenza romantica, alla pittura di genere e da questa a un naturalismo sostanziale, determinato da un nuovo rapporto con la luce e il colore. Il suo eclettismo, percepibile sin dalla sua gioiosa e vitale adesione al neosettecentismo degli anni Sessanta, caratterizza costantemente le sue scelte artistiche che si volgono con insistenza sia alle diverse tendenze dell'arte contemporanea, che alla rivisitazione di temi e soggetti già trattati e alla ricerca di atmosfere e suggestioni nuove. In questo senso il fascino tiepolesco degli affreschi o il recupero del pompeiano o l'estremo ritorno a un rigore costruttivo, definiscono i contorni di una personalità artistica complessa, la cui ricca produzione è qui esaminata dagli esordi di Brera fino al periodo finale di Verona secondo criteri cronologici che tengono conto anche del suo percorso espositivo e della sua fortuna critica.
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