Il meccanismo del teatro è necessario per identificare le lingue perdute: sia quelle del mito, sia quelle del comportamento e dell'etica. Inventarsi le soluzioni per inscenare una tragedia rende di più che l'esercizio di un'impossibile identità filologica sopra i modelli antichi. Il gioco, se ben fatto, serve a svelare i nessi impalpabili fra i luoghi, reali o metaforici, visti o inventati, coerenti o assurdi, riesce a scavare la traccia geografica del viaggio verso gli orizzonti di un'arte pallida. I segni si possono recuperare anche all'interno delle città grandi e piccole: le coordinate magiche per individuarli passano dal recupero delle antiche storie, dalla memoria trasmessa dall'arte e dalla poesia, dall'indagine nel corpo della parola, divenuta forse superficiale nel significato, eppure mai logora del tutto. Il metodo è quello che impone di procedere per strappi, a partire dall'idea di evoluzione culturale, di ciclo storico, di area tematica. La tradizione, a ben guardare, si produce nella successione di avvenimenti laceranti, di fratture evidenti, altrimenti ogni fatto rimarrebbe sommerso in un'anonima tranquillità, avvolto in una irriconoscibile normalità, entrambe qualità poco tramandabili, se non sotto forma di norme, di regole, di protocolli. Pertanto, il tradimento della tradizione non è un fatto eccezionale, semmai è da considerare necessario, tanto più nel caso dell'invenzione scenica. Il Veneto è stato, in tal senso, una zona esaltante di sperimentazione e di diffusione. Nelle 'stanze del teatro' scatta all'improvviso l'effetto di coesione che si traduce, per lo più, in terapia collettiva; basta tracciare un cerchio per definire la magia di un luogo evocativo, per selezionare le presenze, per materializzare il progetto di creare dal nulla un uomo. Cos'è la costruzione del personaggio sulla scena se non una gestazione e una nascita dal vivo, secondo i ritmi e i tempi della vita scenica, ma pari a quelli dell'esistenza? Quella creatura inconsistente è lì che segue l'andamento dell'età umana. Non importa se trasmigrerà in un altro corpo, in un'altra mente, in un'altra lingua. La natura dello spazio della scena non è indifferente; oltrepassa la funzione di accogliere la rappresentazione. L'azione del teatro è già contenuta nella sua natura variabile e fittizia, perché vive in un luogo metaforico, in una 'stanza della tortura' (l'espressione è di Giovanni Macchia), nella quale si accede in modo consapevole, senza mettere in dubbio la sua veridicità o la sua incoerenza; si reagisce, cioè, come dinanzi al rito, con un atto di fede che motiva l'accadere dell'evento. Anche per questo i teatri sono diventati storicamente i luoghi della riconoscibilità civile, della identità sociale, della coerenza culturale. Insomma, poiché il teatro aiuta a leggere la realtà inventandola, allo stesso modo è possibile servirsi della sua macchina per ricomporre la memoria emotiva e la conoscenza del mondo. Aiuta a comprendere tale enunciato l'efficace battuta di Amleto, laddove esclama "potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi il re d'uno spazio senza limiti" (William Shakespeare, Hamlet, II, 2). (Dall'introduzione di Carmelo Alberti)
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