Che cosa resta della rappresentanza politica nell’età degli algoritmi, sempre più segnata dalla disaffezione elettorale e dal tramonto dei partiti di massa? Attraverso un’indagine storico-giuridica, il lavoro si spinge a interrogare le nuove frontiere della e-democracy sulla formazione del consenso, ripercorrendo la parabola dell’istituto rappresentativo – cuore pulsante del moderno costituzionalismo – oggi stretto tra il declino della sovranità statuale e l’ascesa di poteri tecnocratici globali. Muovendo dalle origini hobbesiane e dalle rivoluzioni settecentesche fino a giungere alle teorizzazioni di Kelsen, Mortati e Orlando, si può cogliere la metamorfosi di un concetto ambivalente, capace sia di legittimare il potere sia di limitarlo. La rivoluzione digitale, lungi dal concretizzare la promessa di una democrazia immediata e diretta, introduce piuttosto forme nuove e pervasive di mediazione. Tra “postdemocrazia” e cittadinanza digitale occorre, oggi più che mai, procedere ad una riflessione critica in grado di ripensare questi concetti, affinché le pur notevoli opportunità di partecipazione politica offerte dalle moderne tecnologie non si riducano a mere forme di eterodeterminazione.
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