Nel 1974, nel corso di una conversazione tenuta a Lugano in occasione del sesto centenario della morte di Petrarca, Sereni si chiedeva: \"Petrarca, la poesia del Petrarca, agisce ancora o non agisce più in noi?\". L'interrogativo, solo in apparenza retorico, attraversa in effetti tutto il novecento poetico italiano di cui Vittorio Sereni rappresenta una delle voci più nitide e originali. Dagli esordi di \"Frontiera\" e \"Diario d'Algeria\", ancora segnati da certe suggestioni legate alla stagione ermetica, fino a \"Gli strumenti umani\" e \"Stella variabile\", capolavori della maturità in cui la dizione poetica si apre al registro narrativo e dialogico, la \"memoria\" della poesia del Petrarca in Sereni assume le forme di una presenza costante. Il colloquio che si instaura così tra i due poeti non si esaurisce al livello della parola isolata (inseguita grazie all'uso sistematico delle concordanze), ma si sostiene su un tessuto di motivi, dinamiche e nodi psicologici che trovano nel nesso esistenza-scrittura un fertile terreno d'incontro.
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