«Dalle cose, ho divorziato / Le compro, mi cadono, ne rompo / l'involucro e via / nel cassonetto / oppure le sposto e le trasloco / di senso e di ruolo / come un vecchio gioco, / cosí mi sento l'uomo / piú adatto a conquistare / l'assoluto non essere che sono»Le sistoli e le diastoli che fanno pulsare questo libro sono il ricordo e la dimenticanza, che si alternano fin dalla prima poesia in una dialettica che non sembra poter trovare sintesi. C'è una pulsione a ricordare e una a dimenticare. C'è una volontà di tagliare legami e una di rafforzarli, di difenderli dal tempo. In questo percorso, movimentato dalla presenza di animali reali e simbolici – uccelli, gatti, cavalli, insetti –, si attraversano luoghi e persone come intravisti da una porta di casa che non si sa se tenere aperta o chiudere una volta per tutte. La voce che ci conduce vorrebbe essere distaccata, disprezzare la nostalgia, salvo riaccendersi improvvisamente per passioni non sopite (in primis le corse di trotto) o per antiche e moderne idiosincrasie. Ma inquietanti immagini di topi (l'ennesimo, definitivo animale del libro) si insinuano parossisticamente tra i versi dell'ultima sezione. Nemici spietati o solo messaggeri di qualcosa che non si riesce ad avvertire compiutamente, l'oscura minaccia dei topi porta il ritmo delle poesie alla fibrillazione. L'elegante controllo delle ambivalenze si sgretola lasciando spazio a un profondo disagio, ma anche, simmetricamente, a un estremo attaccamento al mondo interiore ed esterno.
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